Nella mitologia di diversi popoli, la causa dei terremoti è attribuita all'improvviso movimento di esseri mitici o soprannaturali, celati nel fondo delle acque.
Scrive Jorge Luis Borges nel suo Manuale di zoologia fantastica: “...Talete di Mileto insegnò che la terra galleggia sull'acqua come un'imbarcazione, e che l'agitazione dell'acqua provoca i terremoti. Un altro sistema sismologico ci propongono gli storici, o mitologi, giapponesi del secolo VIII. […] Sotto la Terra giaceva un Kami che aveva la forma di un barbio e che, movendosi, faceva tremare il suolo”. Aggiungendo, poche righe oltre, che “il Jinshin-Uwo, o Pesce dei Terremoti, è un'anguilla lunga settecento miglia, che porta il Giappone sul dorso” e che “quest'animale è analogo al Bahamut delle tradizioni arabe e al Midgardsormr dell'Edda”, ovvero della mitologia norrena. Nella stessa voce del Manuale, si fa menzione anche dello Scarafaggio dei Terremoti (Jinshin-Mushi), che “è bestia sotterranea, non sottomarina”.
Sappiamo che il Giappone vanta una grande esperienza in termini di familiarità con i terremoti; ma anche che la regione alpina adriatica, in prossimità dei rilievi, è particolarmente soggetta ai fenomeni sismici. La zolla africana che slitta verso Nord collidendo con la zolla euroasiatica, si incunea con una sottile lingua proprio sotto il Mare Adriatico, “spingendo in testa” sul Friuli e la Slovenia occidentale. Non deve dunque stupire che anche nella tradizione slovena sia un essere mitico sottomarino a causare il terremoto. Si tratta della Riba Faronika, che viene comunemente raffigurata come un essere per metà donna e per metà pesce, dotato di due code. Parimenti al Kami e al Jinshin-Uwo nipponici di cui racconta Borges, è proprio dall'agitazione della sua duplice estremità che si sprigiona e propaga l'onda tellurica.
In questa mostra, organizzata in occasione del quarantennale del terremoto del maggio 1976, abbiamo voluto tracciare un piccolo atlante commemorativo, che ponesse in relazione quanto successo in Friuli – e nelle Valli del Natisone – con analoghi eventi catastrofici accaduti nel corso del tempo, in tutto il mondo. Abbiamo scelto di farlo utilizzando come elemento visivo e simbolico i francobolli emessi in occasione di eventi sismici (o di anniversari di quegli eventi) dai vari paesi colpiti, nonché i timbri, gli annulli postali, le cartoline e le buste su cui sono impressi. Strumento commemorativo per eccellenza di avvenimenti considerati rilevanti o personaggi illustri, ma anche tramite di legami ideali tra luoghi lontani – un francobollo accompagna il viaggio di lettere e cartoline – il francobollo viene qui inteso come monumento in dimensioni ridotte dedicato alle catastrofi naturali che accomunano i popoli su scala mondiale e, allo stesso tempo, come memento della precarietà della condizione umana.
La mostra si completa con una selezione di filmati ripresi dalle camere di sorveglianza di edifici pubblici e privati, reperiti nel web e rimontati a cura dell'artista e fotografa Irene Lazzarin, in cui si possono vedere “in diretta”, senza bisogno di parole, gli effetti prodotti negli ambienti della nostra quotidianità da ciascuno dei “colpi di coda” conseguenti al continuo assestamento della crosta terrestre.
Le immagini esposte provengono dalla collezione filatelica messa a disposizione dal professor Peter Suhadolc, sismologo, docente presso l'Università degli Studi di Trieste, che in quest'occasione ha anche tenuto degli incontri didattici nelle scuole primarie di San Pietro al Natisone. Ad essi ha fatto seguito un laboratorio creativo condotto dall'illustratrice Luisa Tomasetig, durante il quale i ragazzi delle classi quinte hanno progettato due francobolli personalizzati (stampati in Slovenia e con corso legale) sul tema del terremoto.


SRED VASI
istantanee del cambiamento
1976-2016

Una chiacchierata informale, seduti attorno al tavolo della cucina o in un bar di paese, è la condizione più gradevole per attivare la memoria, e dar vita ai racconti.
Storie personali, immediate, in cui riaffiorano i ricordi che ciascuno conserva in sé ma che nella vita di tutti i giorni non si ha spesso occasione di condividere, raccontate senza il bisogno di dover dimostrare alcunché se non il loro essere parte dell'esperienza di chi racconta.
Storie e ricordi che sono, direbbe Paul Bowles, «così profondamente parte del tuo essere per cui tu, senza, non potresti nemmeno concepire la tua vita».
Questi i presupposti su cui si è basato il percorso che ha portato alla realizzazione di questa mostra, in cui ad essere “esposte” sono soprattutto le parole di chi ha risposto al nostro invito a condividere un momento della propria storia personale. L'occasione è fornita dal quarantennale del terremoto del 1976, evento che, per chi l'ha provato, fosse adulto o bambino, resta ricordo incancellabile e che anche nelle Valli del Natisone ha impresso la sua traccia indelebile. Ed è proprio a partire da come ciascuno ha vissuto la sera di quel giovedì 6 maggio, dal luogo in cui ciascuno si trovava e da ciò che in quel momento stava facendo, che si sviluppano le storie, brevi e meno brevi, che abbiamo registrato e composto in una serie di “dossier” personali. In ciascuna di queste cartelle è contenuta anche qualche immagine privata, emersa dai cassetti di casa, o proveniente dalle raccolte di chi le foto in quei giorni le ha scattate e poi conservate.
E allora, leggendo, si scopre che Andrea pescava nel fiume, sotto il costone su cui è costruito il paese di Azzida; che Pio guardava oscillare il lampadario al sesto piano di un palazzo, a Milano; che Gabriele passava a Firenze la sua prima – e unica – notte in viaggio di nozze; che Roberto giocava a carte con gli amici all'osteria; che Patrizia sentiva cadere i barattoli accatastati nella dispensa di un negozietto di montagna...
In questo percorso, sicuramente parziale per il numero limitato delle testimonianze ma, crediamo, esemplificativo delle vicende di molti, ci siamo rivolti ad alcuni abitanti dei paesi delle Valli che hanno maggiormente sofferto le conseguenze del sisma: Azzida – che li simboleggia tutti come sede di questa esposizione –, Vernasso, Clenia, Puoje; tutti in comune di San Pietro al Natisone, classificato all'epoca della catastrofe come gravemente danneggiato.
La scelta di un ex bar come spazio espositivo non è casuale e risponde all'intenzione di riaprire un locale pubblico in paese – dedicato alla lettura e alla visione – seppur per la durata limitata della mostra. E così abbiamo anche voluto ripopolare in forma simbolica questo spazio con i ritratti delle persone di cui, seduti ai tavoli, possiamo leggere i racconti. In essi vediamo i volti delle persone come sono oggi, in dialogo con le tracce registrate delle loro vicende di un tempo.
Perché parlare di terremoto, al di là dei quattro decenni trascorsi che ovviamente determinano differenze abissali tra ora e allora, è anche parlare di cambiamento: repentino, come può esserlo il crollo di una casa, e che non lascia nulla d'immutato, né nell'aspetto dei luoghi, né nel modo di vivere e relazionarsi in essi.
I ritratti degli “avventori” che popolano questo bar, ripresi dentro o davanti alle proprie case, sono opera dell'artista e fotografa Irene Lazzarin, che ha collaborato con il Centro studi Nedi┼ża all'ideazione e all'allestimento della mostra.


Riba faronika, San Pietro al Natisone. Foto Mariagiulia Pagon


Riba faronika, San Pietro al Natisone. Foto Mariagiulia Pagon


Sred vasi, Azzida. Foto Irene Lazzarin


Sred vasi, Azzida. Foto Irene Lazzarin


Sred vasi, Vernassino. Foto Irene Lazzarin


Sred vasi, Vernassino. Foto Irene Lazzarin


Sred vasi, Vernassino. Foto Irene Lazzarin

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